La rivoluzione arancione

Ho aspettato l’esito dei referendum per offrire il mio spunto di riflessione sulla situazione italiana contemporanea, in senso politico e sociale. In parte, perché questo non è un blog (strettamente) politico; e poi, perché volevo attendere la tornata referendaria per avere ulteriori conferme su ciò che pensavo prima della clamorosa “breccia di Pisapia”, una sensazione confermata dagli eventi; e che ora vado a proporvi, brevemente ed in modo diversamente sfaccettato come da disciplina CultStud. Si può sintetizzare in questo titolo, La Rivoluzione Arancione, e offre almeno due spunti di riflessione.

Primo, il colore arancione è stato dominante nella campagna elettorale per le amministrative 2011 e, per una volta, il risultato di una magnifica operazione di comunicazione delle opposizioni di centro-sinistra le quali, dopo le tragicomiche strategie del passato (tipo il “principale esponente dello schieramento a noi avverso” di veltroniana memoria) si sono inaspettatamente compattate attorno a candidati sindaco “alternativi”, in particolare rispetto al PD, come Pisapia e – sebbene con fatica – anche De Magistris, e hanno “comunicato” la loro proposta politica con un colore univoco, l’arancione appunto. La scelta è stata vincente in particolare perché ha simbolicamente “rassicurato” l’elettorato più neutro, quello non esplicitamente tifoso antiberlusconiano, più di centro e meno di sinistra, ormai alternativo al berlusconismo dell’antimagistratura militante e dello sputtanamento etico e delle istiutuzioni, ma (sino a ieri) restio a vedere le bandiere rosse, e soprattutto a votarle. L’arancione, non associato a nessun partito, è diventato così il colore del cambiamento e ha avvicinato simbolicamente, fino a rappresentarle, persone di ogni storia e passato politico, tutte interessate all’uscita da un ventennio di egemonia cultural-televisiva basato sulla soppressione delle capacità di pensiero autonomo sull’altare della pancia dell’elettorato, da sollecitare al consumo con televendite e telequiz, e da educare al sollazzo attraverso quantità industriali di “ragazze cin cin” somministrate attraverso il tubo catodico. Riconoscere la vacuità di questa terra promessa, da parte dell’opinione pubblica, è stato un processo lungo e difficile, ma questo è iniziato ed è ora irreversibile. Si tratta di vedere se e come il centrodestra saprà riorganizzarsi al “dopo”, contenendo il tracollo, e quanto il centrosinistra sarà in grado di rispondere a questa domanda di cambiamento.

Secondo dato importante, parallelo al precedente, è l’impatto clamoroso dei social media in entrambe le campagne. La sconfitta comunicativa del centrodestra va ben oltre la strategia aggressiva impostata quasi per intero sui magistrati e sull’estremismo, che ad esempio si è rivelata un clamoroso boomerang per la Moratti. Si è palesata infatti una incredibile incapacità del centrodestra di maneggiare il mezzo digitale: come notato da Bertram Niessen, “osservare il centrodestra milanese alle prese con i social network è affascinante come guardare uno scimpanzé giocare con un teodolite”. L’invito alla partecipazione e lo scambio d’opinioni vere, peer  to peer, attraverso la rete digitale è risultato determinante sia nelle comunali (vedi alla voce Sucate) sia per il referendum, per cui la mobilitazione “immateriale” attraverso la rete ha certamente giovato in maniera forse decisiva ai fini del quorum, sfruttando l’arma dell’ironia per decostruire l’estetica egemonica.

In definitiva, in Italia l’arancione potrebbe essere il primo colore politico del nuovo millennio post-ideologico: collocato a sinistra, figlio del rosso della tradizione ma contaminato in maniera decisiva dalla società civile e dalla spinta all’uguaglianza sociale dell’economia politica delle reti. Il centrodestra che per anni ha “bucato il video” attraverso Berlusconi e la sua capacità di costruire il consenso attraverso il mezzo televisivo, ha perso anche e soprattutto nella (e grazie alla) Rete, non capendo le peculiarità di questo mezzo con il quale, volente o nolente, con buona pace di Giorgio Stracquadanio, sarà costretto a confrontarsi. Vedremo, dall’altra parte, se i “think tank” del centrosinistra italiano riusciranno nell’impresa di dilapidare questo patrimonio comunicativo.

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