E così, dopo 17 anni lunghi e controversi, finisce con ignominia e nel peggiore dei modi, cioè a meno di un passo del default, l’era di Silvio Berlusconi come uomo politico in Italia. L’Italia paga, sui mercati finanziari, la totale mancanza di fiducia e di credibilità verso il nostro governo da parte dei mercati internazionali, ormai sempre più dipendenti dal concetto di “reputazione” (sia in termini economici macro, sia micro). Le Borse, attraverso il famigerato “spread”, soprattutto in questo ultimo mese hanno reso palese in termini oggettivi e numerici la percezione di quanto l’anziano ormai ex primo ministro abbia governato in questi anni (soprattutto gli ultimi, dal 2008 a oggi) impegnandosi maggiormente a risolvere questioni personali, nell’intreccio perverso fra giustizia, editoria e libertà di stampa, piuttosto che amministrando l’Italia in un momento di crisi globale, emersa in corrispondenza del suo ultimo mandato a governare eppure sempre negata fino al ridicolo (si veda la recente, insultante frase sui ristoranti pieni). Il tutto, per non farsi mancare nulla con la colpevole complicità di osservatori italiani: a volte miopi, a volte timorosi di criticare perché ostaggio di un clima para-mafioso che vedeva nella critica al primo ministro un gesto incauto per le proprie carriere; a volte cerchiobottisti per convenienza; a volte lavoratori dipendenti a spese dello stesso premier – giusto per non girarci intorno.
Sarebbe però un esercizio futile ricondurre i problemi del nostro Paese ad una persona sola, per quanto colpevole. La persona in questione è infatti solamente la punta dell’ iceberg di un sistema Paese marcio nei suoi organi interni, che dilapida oltre ogni senso della vergogna risorse pubbliche in costi della politica scandalosamente alti, che regala vitalizi ai parlamentari dopo 5 anni di lavoro da due-tre giorni alla settimana, storicamente ingabbiato nella mentalità dei condoni e dell’elusione delle regole, un Paese dove esiste la convenienza all’evasione fiscale in quanto la sanzione è sostanzialmente nulla (quando c’è).
Il cappio, a questo sistema, è stato dato da una legge elettorale che consentiva ai capi partito di nominare i parlamentari negando ai cittadini la possibilità di eleggere quelli che ritenevano più meritevoli, disegnando così un parlamento di devoti la cui unica caratteristica doveva essere la fedeltà a chi li aveva portati in Parlamento – è in quest’ottica che dobbiamo interpretare, figlio di questo modo di pensare, il termine “traditori” usato dall’ex primo ministro verso chi gli ha votato contro. Proprio questo Parlamento fatto di persone disposte a vendersi al miglior offerente ha soffocato il sistema negli ultimi dodici mesi di paralisi, togliendosi il suddetto cappio quasi (si spera) fuori tempo massimo.
Come ha scritto un amico sulla sua pagina Facebook nei giorni scorsi, avranno un bel daffare gli storici a descrivere questo ventennio che già etichettiamo come “berlusconismo”, in quanto estremamente più complesso di quell’altro ventennio, il fascismo, che a confronto dal punto di vista culturale risultava più semplice ed immediato da interpretare come regime violento ed autoritario. Ciò che possiamo vedere sin da ora è che, dal punto di vista culturale, questo sistema di potere lascia in eredità una politica dell’apparire vuota di contenuti, dove contano i titoli e le promesse, soltanto la forma in cui viene presentato un progetto o un’idea, e conta zero il contenuto della stessa. Una politica pop, come dicono alcuni studiosi, che è vero ormai essere caratteristica comune a tutti i Paesi occidentali, ma che da noi ha compiuto un vero e proprio cortocircuito (figlio del conflitto di interessi e di chi in questi 17 anni ha di questo permesso più o meno convenientemente l’esistenza) – una politica dove la prostituzione intellettuale è ormai standard culturale a tutti i livelli, ripiegata sullo scontro di fazioni sul modello del tifo calcistico, cieco e irrazionale, dove il leaderismo e il personalismo sono portati al parossismo e il resto non solo non conta, addirittura non c’è.
Non è ancora tempo di analisi storiche, però, in quanto è sì vero che un sistema politico ha fatto game over, ma prima di andarsene ha lasciato un lago di sangue da cui dobbiamo riprenderci. Probabilmente è davvero il momento di lasciare da parte ogni portato ideologico e stringerci attorno ad una figura credibile e stimata, che sia in grado di farsi carico di questo bagno di sangue e presentarsi all’Europa e ai mercati garantendo per noi, fideiussione simbolica, traghettandoci fuori da questa clamorosa crisi di credibilità. Si può condividere anche poco o nulla di quello che è il pensiero politico ed economico di Mario Monti, portatore di una filosofia neoliberista ormai al tramonto…ma probabilmente è lui la persona portatrice di quel prestigio internazionale necessario a fare da garante internazionale, a calmare le acque e far passare la buriana. Usando una di quelle metafore calcistiche tanto care all’ex primo ministro, l’Italia è come una squadra in crisi e sull’orlo della retrocessione che cambia l’allenatore, necessitando di una guida d’esperienza.
Ovviamente, tutto questo, dal mio punto di vista non è sufficiente e va esercitato a tre condizioni. La prima è che il peso dello sforzo economico e sociale che l’Italia e gli Italiani stanno per sostenere, con il Professor Monti a far da garante, sia ripartito equamente fra tutte le componenti socio-economiche del paese in maniera giusta, richiedendo quindi uno sforzo maggiore a quella parte di Paese che ancora non ha contribuito secondo le sue possibilità e che il precedente governo ha ignorato per convenienza di serbatoio elettorale e “di classe”, come si sarebbe detto una volta.
La seconda condizione è che a questa fase iniziale di emergenza economico-finanziaria coincida una fase di ricostruzione sociale e civile con una serie di norme basilari ma improrogabili, che includano: la fine dei privilegi di classe per il corpo politico (vitalizi, benefit ecc.) nonchè la sua riduzione in termini numerici; l’impossibilità per chi ha procedimenti giuridici pendenti o condanne di poter diventare legislatore o membro del potere esecutivo; una normativa seria in termini di antitrust che impedisca il conflitto di interessi e la concentrazione dell’informazione nelle mani di un unico soggetto, eliminando così l’attuale oligopolio e offrendo slancio a nuovi, molti e diversi soggetti privati – nel contempo impedendo così l’arrivo di un “nuovo” Berlusconi; il ripristino della possibilità da parte degli elettori di decidere direttamente l’elezione in parlamento tramite la reintroduzione del voto di preferenza; una severa normativa anti-evasione fiscale che introduca pene severissime per chi evade (reintroduzione dei reati di falso in bilancio e connessi, aboliti in questi anni, e carcere per gli evasori sul modello britannico-statunitense con aggravio delle pene in caso di peculato ovvero abuso nell’utilizzo di soldi dello stato).
Questo è ciò che, improrogabilmente, deve accadere ora in Italia, e che Mario Monti dovrà garantire. Sono regole basilari che hanno non solo lo scopo immediato di uscita dalla crisi, ma anche l’obiettivo a medio-lungo termine di cambio della mentalità italiana già prima descritta e i cui abusi ci hanno portato sin qui. L’Italia, paradossalmente, trova in questo stato di pre-default la più grande occasione della sua storia: se la coglierà potrà rinascere. Altrimenti crollerà.
Nel caso in cui si volesse cogliere quest’occasione, c’è poi la terza condizione. Quella per il dopo. Quando sarà necessario prendere atto che le politiche neoliberiste sono la principale macrocausa di questa crisi e che è tempo di cambiare paradigma socioeconomico in direzione di una visione che implementi e metta a frutto l’evoluzione postfordista del lavoro nella società dell’informazione, che prenda atto di un capitalismo mutato in direzione sociale e culturale, incentivando l’imprenditoria sociale, investendo nella ricerca, nella cultura e nel welfare (abolizione del precariato, reddito di cittadinanza e garanzie sociali vere per chi perde il lavoro). Ma per questo, forse, è ancora troppo presto. Prima deve venire tutto ciò che si è detto, conditio sine qua non. Se avverrà, dopo, però, guai a tornare indietro a politiche neoliberiste che la storia ha ormai giudicato e superato. Perché come dicono i Baustelle, “il liberismo ha i giorni contati”.